Sarah Abbott (MW): Ecco i vini dalle vecchie vigne più buoni del mondo

Quando parliamo di vecchie vigne e del loro valore ricordiamo spesso la qualità del vino che se ne ottiene, ma dimentichiamo spesso l’importanza e la ricchezza di questa eredità per la biodiversità. Oggi più che mai occorre fare rete non solo per proteggere questa categoria ma anche per darle il giusto valore nel mercato. Abbiamo intervistato Sarah Abbott, Master of Wine, promotrice del progetto Old Vine Conference.  

Da dove nasce l’idea della Old Vine Conference?
Sono da sempre interessata alla cultura, al patrimonio e all’umanità del vino. Riguardo alla Old Vine Conference, è stata una scoperta inattesa. La mia passione si è riflettuta nel lavoro svolto sia con le regioni vinicole italiane sia con i Paesi vinicoli emergenti come la Georgia, la Turchia, che hanno una cultura molto antica. Volevo condividere questo interesse e pertanto ho iniziato a collaborare con i miei attuali partner: Leo Austin e Alun Griffiths, Master of Wine come me. Questo movimento che sottolinea l’importanza del patrimonio dato dalle vecchie viti, è attivo ormai da 20 anni. Jancis Robinson MW, tra i più importanti influencer di vino nel mondo, per esempio, da quasi 20 anni scrive di questo, citando anche del progetto sudafricano (South African Old Vines project), nato allo scopo di mettere sotto un’unica categoria i vini prodotti da vecchie viti, attraverso l’ottenimento di una certificazione; e altre organizzazioni come Barossa Old Vine Charter, Save the Old negli Stati Uniti, Old Vine Collective in Cile. Quello che stiamo facendo quindi non è qualcosa di nuovo, nel senso che il mondo del vino già accetta il concetto delle vecchie viti come ricchezza dal punto di visto dell’eredità, del terroir, di interazione con il luogo e le pratiche tradizionali, nonché di una sorta di profonda saggezza agricola. Ma quello di cui mi sono resa conto durante i miei viaggi nel mondo per lavoro, è stata la moltitudine di persone influenti che lavorano su incredibili progetti per la protezione e rigenerazione delle vecchie viti, per mantenere la prosperità e la sostenibilità della comunità agricola. Molte di queste persone non conoscevano l’esistenza l’una dell’altra.

Dunque, qual è lo scopo di The Old Vine Conference?
Il progetto vuole essere una connessione tra questi individui e organizzazioni. Perché il paradosso dei grandi vini provenienti da vecchie vigne è che, da una parte ci sono alcuni dei più grandi produttori di vino del mondo che credono fermamente in questo e ottengono grandi riconoscimenti. D’altra parte, per la maggior parte dei consumatori, il termine “vecchia vite” non significa nulla. Senza una categoria è difficile per questi vini ottenere il giusto valore nel mercato. Uno degli obiettivi, pertanto, è amplificare il grande lavoro fatto sulla diffusione del messaggio circa l’importanza del patrimonio della vecchia vite e condividere le “best practice”. L’altro obiettivo è quello di coinvolgere produttori, viticoltori, grandi aziende, così come importatori e distributori nel mercato, che possano parlare di questa categoria di vino e implementare nuove strategie. Più diffondi questa categoria nel mercato, più è facile ottenere credibilità e valore. Il progetto sudafricano, per esempio, ha cambiato la dinamica del mercato, ottenendo un aumento medio del valore dell’uva e del prezzo pagato ai viticoltori. Il problema principale non è la resa bassa di questi vigneti, ma una sorta di intimità nella conoscenza del prodotto. Alla nostra prima conferenza abbiamo avuto con noi Marco Simonit, fondatore della Scuola di Potatura della Vite Simonit&Sirch Vine Master Pruners, che ha spiegato che vecchia vite non significa automaticamente, per un agricoltore, sacrificare metà della resa. Per garantire longevità alla vite, bisogna rendersi conto che si tratta di una relazione tra coltivatori e la vite stessa, lunga una vita. Le ricompense sono alte perché le vecchie viti hanno un’interazione genetica con l’ambiente. Con il tempo diventano altamente adattive, resilienti, dando profonda espressione del terroir.

Pensi che il vino prodotto da vecchie vigne abbia un vantaggio sugli altri e perché?
Sì, può averlo. Ovviamente non è soltanto questione della vigna vecchia ma anche del vitigno piantato in quel determinato luogo e il suo adattamento all’ambiente circostante. Il vigneto tra l’altro, deve essere sano e curato e il vino deve essere fatto bene, professionalmente. Tutte queste cose devono essere in equilibrio. Quello che trovo nel vino prodotto da vigne vecchie è un tipo di profondità che non riguarda necessariamente la concentrazione, ma riguarda le sfumature che puoi riscontrare al palato. È un vino ricco di sentori, simbolismo ed eredità. Inoltre, è necessario del sacrificio per mantenere queste viti nel terreno e uno sforzo da parte del produttore, che investe davvero nel buon vino. Penso che questa sia una delle partnership più intime tra la natura e gli uomini. Non si fanno vini necessariamente eccezionali, si fanno forse vini unici, anche grazie alla passione delle persone. Dalle ricerche emerge che in questi vini il frutto è spesso molto ben bilanciato, e nelle annate molto calde, ad esempio, l’acidità viene comunque mantenuta. Sappiamo che i vini più famosi al mondo sono ottenuti da vigne vecchie ma spesso viene fatta un’affermazione secondo cui le vecchie vite hanno resa e concentrazione estremamente basse. In realtà la ricerca suggerisce che c’è un difetto di resa moderato ma se le viti sono in salute non c’è motivo per cui perdano. Si tratta più di composizione, equilibrio e frutta.

Pensi che il cambiamento climatico intaccherà le vigne vecchie o le loro radici forti costituiscono un punto di forza?
Il tema del cambiamento climatico ha toccato in modo del tutto particolare il tema delle vecchie viti. Riguarda l’aspetto genetico di queste e ad esempio in Spagna c’è un fantastico progetto ad opera di Torres, produttore di una delle cantine più importanti e storiche della Spagna, nonché uno dei quattro sostenitori ad abbracciare la necessità da parte del settore di agire. Torres ha iniziato ad identificare e recuperare vecchie varietà dimenticate, ormai inutilizzate e non più commercializzate. Ha piantato e prodotto vini da queste antiche varietà recuperate, e ciò che è stato scoperto è che queste si sono rivelate incredibilmente importanti nell’aiutare a riequilibrare la composizione dell’uva durante i cambiamenti climatici. Tali cambiamenti, specialmente in Spagna, sono legati alle temperature estreme e alla siccità, e determinano la preoccupazione circa il mantenimento della freschezza e della vitalità dei frutti. Questi vitigni antichi si comportano brillantemente e quando maturano mantengono la loro acidità, freschezza e colore. Quindi penso che probabilmente uno degli aspetti più importanti delle vecchie viti quando si parla di cambiamenti climatici è che questi costituiscono un’arma, una sorta di assicurazione della biodiversità.

In Europa o nel mondo quali sono i territori dove le vecchie vigne si esprimono al meglio nel suolo?
Penso che ogni parte d’Europa e del mondo abbia il potenziale per far risplendere le proprie vigne vecchie, permettendogli di esprimere la qualità e quel legame profondo tra cultura e tradizione. Direi che in Europa non c’è ancora la giusta attenzione al tema ed è un paradosso perché altri paesi hanno organizzazioni intente a sostenere e commercializzare queste viti. I leader del movimento della vecchia vite appartengono infatti al nuovo mondo: Sud Africa, California, Australia, Cile. E questo nonostante in Europa, in paesi come Spagna, Italia, Francia, Portogallo, abbiamo una ricchezza di viti antiche incredibile, ma non ci si è ancora aggregati per creare qualcosa di impatto come ha fatto nel resto del mondo. Quindi, piuttosto che parlare di quale parte d’Europa sia la più adatta per produrre del buon vino proveniente da vecchie vigne, dobbiamo parlare del potenziale sprecato. In Italia, si è talmente abituati a vivere accanto a cose incredibilmente belle e antiche, ad una civiltà millenaria, che questa ricchezza aspetta soltanto di essere comunicata. L’Italia potrebbe davvero prendere il comando; ha tante bellissime vecchie viti ma ne sta anche perdendo molte perché l’economia nella moderna industria del vino non agevola il recupero e ripristino dei vecchi vigneti. Attualmente l’Europa non è incentivata a concentrarsi sul patrimonio dato dai vigneti antichi. Un grande esempio di agricoltura rigenerativa, è quello di Salvo Foti, con il suo progetto sull’Etna. Mi piacerebbe vedere anche in Italia l’equivalente del progetto nato in Sud Africa.

Come raccontare a un un wine lover il vino di una vecchia vigna?
Penso che ci siano 3 aspetti principali su cui concentrarsi. Il primo è la qualità, abbiamo un ottimo vino da vigne vecchie, vini dal carattere unico, di altissima qualità, di grande profondità e di grande unicità al palato. Il secondo aspetto è la sensazione che stai “bevendo la storia”, è un senso di connessione culturale nonché l’espressione di un luogo unico. Allo stesso modo in cui le persone apprezzano le tradizioni gastronomiche di un determinato paese o la musica o gli artisti di un paese. Il vino è una parte del patrimonio di un paese e questo è un concetto molto potente. Il patrimonio vitivinicolo antico combina gli aspetti storici con quelli agricoli. Per finire, il terzo aspetto su cui concentrarsi è che si tratta di un tipo di agricoltura rigenerativa. Ciò significa che ti trovi immediatamente di fronte ad un approccio più ecologico e più olistico alla viticoltura. Perché affinché questi vigneti sopravvivano altri 50 o 60/70 anni, bisogna necessariamente puntare sulla sostenibilità.

Vorresti indicarci 9 vini che dal tuo punto di vista, esprimono meglio il concetto di vecchia vigna?
Certo. Ci sono grandi vini prodotti da vecchie vigne!

  1. Il Soave Classico “Contrada Salvarenza Vigne Vecchie” della cantina Gini –  da vigne di più di 160 anni, alcune non innestate. Un vino sensazionale. Ho avuto una magnum di 20 anni fa ed il vino era semplicemente etereo.
  2. L’Etna Rosso “Vinupetra” della cantina I Vigneri – vecchia vite di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio del progetto ispirazionale di recupero delle vigne e degli antichi terrazzamenti ad opera di Salvo Foti.
  3. “Las Tinadas Airén” della cantina Bodegas Verum da La Mancha, Spagna – da viti ad alberello di 80 anni, un bianco minerale, brillante che sta trasformando la reputazione di La Mancha.
  4. “El Jardín de las Iguales”, di Bodegas Frontonio, da Aragona, Spagna – incredibile Grenache da viti piantate nel 1918. Intenso ma audace, traboccante di vitalità. Prodotto dal Master of Wine Fernando Mora. Anche Macabeo Old Vine è incredibile.
  5. “She’s Electric Grenache”, della cantina Thistledown, McClaren Vale, Australia – la vecchia vite di Grenache diventa eccezionale e fine. Questo ne è un grande esempio. Ancora una volta prodotto da un Master of Wine, Giles Cooke, da tanto tempo promotore delle vecchie viti.
  6. “The Whole Shebang, Cuvée XIII” della cantina The Bedrock Wine Company, California, USA – un blend gloriosamente sontuoso di Zinfandel da vecchia vite e molte altre varietà. Un esempio fine di come le vecchie viti determinino una ricchezza vivace al vino, senza appesantire. Prodotto da un altro MW – Morgan Twain Peterson.
  7. L’Assyrtiko della cantina Argyros Estate, Santorini, Greece – da vigneti piantati nel 1800, la fragrante vitalità dell’Assyrtiko assume profonda ricchezza da queste incredibili vecchie viti, allevate nelle caratteristiche forme circolari.
  8. “Meskheti”, della cantina Natenadze Vineyards, in Georgia. Da vitigni recuperati, che si pensa siano stati impiantati nel 1600, Giorgi Natanedze realizza piccole quantità di un blend rosso delicato ma preciso, da varietà precedentemente sconosciute o ritenute perdute. Quasi impossibile da ottenere, ma se riesci è come bere un pezzo di preistoria!
  9. “Fitou”, del Domaine Jones in Languedoc, France: vibrante ma ricca la classica appellation dalle preziose vecchie viti dell’inglese Katie Jones. Incredibile qualità a meno di 20 euro.

Quale canale o mercato può recepire meglio il concetto di vecchie viti?
Penso che tutti i canali possano recepire e spiegare bene il concetto, ma si tratta di un concetto nuovo di un vino premium, quindi, ad esempio, nel Regno Unito, il canale Horeca può funzionare meglio. E’ un canale privilegiato per poter raccontare una storia e, lo sappiamo, la gente è sempre alla ricerca di storie. Penso sia molto importante connettersi e parlare con figure influenti nel mercato. E ritengo che sia importante anche concentrarsi sul settore del vino indipendente, su enoteche indipendenti, le quali sono molto abili nella vendita dei vini e nel raccontare storie per il mercato premium e online. Inoltre, penso che il marketing diretto al consumatore e la formazione del mercato siano estremamente importanti. Ogni canale ha pertanto l’opportunità di parlare e commercializzare questa nuova categoria. Ed è un vantaggio per tutti perché, se commercializzi e ne parli bene, sostanzialmente coinvolgi i tuoi clienti in una categoria dal valore più elevato, facilitando così anche la redditività dei coltivatori.

Sarebbe utile avere un marchio per distinguere il vino da vecchie vigne? C’è la necessità di tutelare questa categoria?
Sì, penso che possa essere molto utile anche se non facile ma, quando ci riesci, il risultato è ottimo. Il punto di riferimento è davvero il South African Old Vine Project. Ha iniziato con 8 membri e oggi consta di 80 produttori. Quello che fanno i produttori è richiedere la certificazione per i loro vigneti antichi. Questi vengono così datati, valutati e devono soddisfare i criteri del progetto. Ricevono quindi il sigillo Certified Heritage Vineyards e possono utilizzarlo sulle loro etichette. I consumatori hanno, pertanto, associato il CHV ad un valore, una qualità e una sostenibilità più elevati. Non è facile ottenere tale certificazione ma bisogna pur cominciare.  


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